The Great Barrier Reef: bleaching, morte e rinascita
L'avevano data per finita ma grazie a scienziati, ricercatori e importanti investimenti, la più grande barriera corallina al mondo si rigenera. Anche con la fecondazione assistita.
Erano navi a motore imponenti, e rumorose, e disciplinate quelle che ti cullavano verso la Great Barrier Reef Marine Park. Erano porti ciclopici quelli che accoglievano i turisti verso le postazioni marittime - delle strutture isole di metallo galleggianti - dalle quali immergersi nel paradiso marino più affascinante del mondo.
Era tutto stra-organizzato per assistere allo stra-ordinario. Peccato che nel 2015, già, il paradiso fosse scomparso. Ma nessuno aveva il coraggio di ammetterlo perché come accade nel racconto de “I vestiti nuovi dell’imperatore”, quando il bambino è l’unico a denunciare pubblicamente che “il re è nudo”, la narrazione e le attese del “prima” erano state troppo potenti. L’investimento emotivo - ed economico - troppo sostenuti, e così il popolo del turismo subacqueo, una volta giunto lì, non aveva il coraggio di proferire parola. Neppure il turista più arrabbiato.
Eppure, i coralli erano bianchi. I coralli erano grigi. Dove sono i coralli? I coralli, sono morti?
Me lo chiedevo quando la nave lentamente si avvicinava al reef. Ma avevo paura di essere io quella sbagliata. La parvenu del corallo. L’inesperta che si erge a giudice. Stai zitta, dai. Vediamo se “migliora”. Se si palesa qualche colore.
Dai racconti e dalle letture del pre-viaggio mi sarei aspettata piccole imbarcazioni non rudimentali, ma minimaliste sì. E poi un molo alla stregua di Napoli Beverello. E invece l’overtourism australiano della barriera corallina, secondo Deloitte, contribuisce all’economia australiana per circa 6,4 miliardi di dollari australiani l’anno e sostiene oltre 60mila posti di lavoro - come la quinta azienda australiana, subito dopo le prime quattro banche.
Quando arrivi lì te ne accorgi ma è troppo tardi.
Prima di approcciarti alle immersioni, quando atterri - o come me, parcheggi l’auto - a Cairns, non ti aspetti un circo Barnum. Certo, è la località dalla quale parte la maggior parte del turismo marittimo diretto alla Great Barrier, sei preparata. Certo, ti presenti qualche giorno prima per seguire un corso di un pomeriggio presso un istituto in centro città. E’ tenuto da un giovane sub che ti proietta sulla parete i colori potenti dell’Oceano, e ti racconta come comportarti e cosa aspettarti dalle immersioni, e dal luogo così speciale. Tutto normale. Assisti a bocca aperta alla narrazione standardizzata in powerpoint del reef: le rotte, le specie animali (sì, il corallo è un animale), le regole. Tutto splendido, e tutto splendente al turista rispettoso della natura. Comportarsi bene, rispettare gli habitat, non disturbare i pesci….
La mattina dopo però, con la sveglia e il passaggio nervoso verso il molo, il film è un altro: nulla di quello che osservi nei fondali corrisponde alle fotografie, ai video, alla promessa. C’è gente come te in barca assonnata, c’è chi arriva alla stazione “àncora” della barriera in elicottero, con cappellino e occhiali da sole per far finta di non volersi far riconoscere (ma chi sei? ma che mi interessa sapere… vabbé). Mano a mano che ti allontani dalla costa e ti fai trasportare da navi alimentate a diesel marino verso la barriera, mentre la voce della guida ti invita a osservare i fondali tu guardi un attimo sotto, poi guardi i turisti, poi riguardi sotto.
Qualcuno avrà il coraggio di dirlo quello a cui stiamo assistendo? Un’immagine in bianco e nero quasi post-bellica, rispetto ai colori sgargianti da cartone Disney del powerpoint del giorno prima.
In alcune aree del reef il fondale appare impoverito, quasi spettrale rispetto all’immaginario tropicale costruito per decenni dal turismo. Come se avesse attraversato una carestia. Non ci sono piante che sembrino vive, non si muove nulla se non qualche alga al passaggio dei sub. L’unica cosa animata che puoi notare - e mi venne il dubbio che ce li avessero messi loro per le nostre immersioni - sono le damigelle, i pesci pagliaccio che puoi anche sbirciare dal pannello trasparente alla base dell’imbarcazione, dal quale i “non sub” rimangono in osservazione dei fondali.
Era il “last chance tourism”, e nessuno me l’aveva spiegato
C’è una nuova forma di viaggio che gli studiosi chiamano last chance tourism, ovvero turismo dell’ultima occasione. Persone che partono per riuscire a vedere un luogo prima che cambi per sempre o che scompaia. Succede ai ghiacciai della Groenlandia, alle foreste tropicali, all’Artico. E succede sempre di più anche al Great Barrier Reef australiano.
Quest’anno alcune guide subacquee del Queensland hanno raccontato ai giornali australiani che i turisti fanno sempre la stessa domanda: “La barriera sta davvero morendo?”. Vivono l’esperienza dell’immersione come una visita a un ecosistema che sembra sospeso tra sopravvivenza e collasso. Ed è impressionante pensare che una struttura biologica più lunga dell’Italia, composta da circa 2.900 reef e oltre 900 isole tropicali stia diventando la meta di un “o adesso o mai più”.
La Great Barrier Reef è talmente grande da essere visibile dallo spazio, e visitata da oltre 2 milioni di persone all’anno, e ognuno vuole vivere la propria “stories”.
Ci sono i visitatori che fanno escursioni giornaliere da Cairns o Airlie Beach che spendono tra 180 e i 350 dollari a persona. Le famiglie che osservano i pesci dalle glass-bottom boat. Poi i turisti di lusso dei resort di Hamilton Island e delle Whitsundays, ma anche il turismo di nicchia dei subacquei tecnici che attraversano il Mar dei Coralli per immergersi nei reef più remoti e profondi, come Osprey Reef o Ribbon Reefs. Negli ultimi anni è cresciuto persino il turismo ultra luxury dei superyacht tropicali, con marina capaci di ospitare imbarcazioni da oltre 60 metri.
Due milioni di persone l’anno. Nel frattempo, dal 1998 la Great Barrier Reef ha subito sette grandi eventi di bleaching (sbiancamento corallino) cinque dei quali soltanto nell’ultimo decennio. Il fenomeno del bleaching avviene quando la temperatura dell’acqua resta troppo elevata troppo a lungo: i coralli espellono le microalghe che vivono nei loro tessuti e che forniscono loro nutrimento e colore. A quel punto diventano bianchi, fragili e vulnerabili alla morte, così come è capitato a me, di osservarli.
Il 2024 è stato tra gli anni peggiori mai registrati per lo sbiancamento corallino. Secondo l’Australian Institute of Marine Science, in alcune aree settentrionali vicino a Lizard Island sono state osservate mortalità estremamente elevate dopo il bleaching. Nel 2025 il reef ha subito poi il più grande calo annuale di copertura corallina da quando i monitoraggi scientifici sono iniziati nel 1986: meno 25% nel nord e meno 30% nel sud della barriera. Oggi praticamente tutti, sanno che la morte è un’ipotesi da considerare: sarà un caso, l’ultima scoperta scientifica avvenuta in loco è stato il ritrovamento di “pesce fantasma”. E’ stato battezzato Solenostomus snuffleupagus perché ricorda Mr. Snuffleupagus, il gigantesco personaggio peloso amico di Big Bird (personaggio molto amato dai bambini americani).
La specie era stata fotografata per la prima volta già nel 2001 in Papua Nuova Guinea, ma gli scienziati non riuscivano a capire se fosse davvero diversa dagli altri ghost pipefish più noti. Solo nel 2020 David Harasti e Graham Short, due ricercatori australiani, sono riusciti a trovare una coppia maschio femmina nella Grande Barriera Corallina e a dimostrare, attraverso DNA e scansioni 3D dello scheletro, che si trattava di una specie completamente nuova.
Eppure era sotto gli occhi di tutti. Eppure, era un fantasma, maestro assoluto di camouflage, di un futuro cimitero.
Il piano 2050: curare il mare partendo dalla terra
La Great Barrier Reef è lunga oltre 2.300 chilometri ed è il più grande ecosistema corallino del pianeta. Negli anni Sessanta, racconta un articolo di The Conversation, rischiò di diventare un enorme campo petrolifero offshore: il governo concesse licenze di esplorazione convinto che sotto i coralli si sarebbero trovati grandi giacimenti di petrolio e gas. Poi la sfortuna di altri diventò la fortuna della Barrier. Nel 1969 il disastro petrolifero di Santa Barbara, in California, mostrò a tutto il mondo gli effetti devastanti di uno sversamento petrolifero in mare: i cittadini australiani, indignati, ne fecero una battaglia.
Ne nacque così uno dei primi grandi movimenti ambientalisti moderni, guidato da scienziati, cittadini e figure come la poetessa Judith Wright. Le proteste riuscirono progressivamente a fermare le trivellazioni più invasive e portarono nel 1975 alla nascita del Great Barrier Reef Marine Park. Un momento storico perché per la prima volta un ecosistema oceanico veniva protetto come patrimonio naturale globale.
Negli ultimi anni questo parco corallino è diventato uno dei simboli mondiali della crisi climatica: bleaching (lo sbiancamento dei coralli) ondate di calore marine, acidificazione degli oceani e cicloni tropicali hanno colpito ripetutamente il reef, che ha subito episodi di sbiancamento nel 1998, 2002, 2016, 2017, 2020, 2022 e 2024. Ma mentre il riscaldamento globale resta la minaccia principale, gli scienziati australiani insistono su un altro punto decisivo: esistono pressioni locali che possono essere ridotte subito, e la qualità dell’acqua è una delle più importanti.
Se l’agenda delle Nazioni Unite traguarda la sostenibilità con obiettivi al 2030, l’Australia per salvare la Great Barrier Reef si è data 20 anni in più, ed ha creato il Reef 2050 Water Quality Improvement Plan 2050. E’ un gigantesco programma con cui il governo insieme al Queensland - la regione a nord est, che insiste sulla Barriera - per curare l’oceano ha deciso di curare innanzitutto le terre intorno. Il continente.
Gli scienziati australiani insistono però su un punto: anche se il cambiamento climatico resta la minaccia principale, esistono pressioni locali che possono ancora essere ridotte. I coralli non vengono colpiti soltanto dal surriscaldamento degli oceani ma anche da ciò che accade centinaia di chilometri nell’entroterra australiano. Dai campi agricoli. Dai fertilizzanti. Dalle piogge tropicali. Dai fiumi che ogni anno riversano milioni di tonnellate di sedimenti e nutrienti chimici nel mare.
Il problema nasce nei grandi bacini agricoli tropicali del Queensland, una regione dove - ricordo - la presenza di coccodrilli marini rende la balneazione fortemente controllata. Dunque, durante le stagioni delle piogge enormi quantità di acqua scorrono verso il mare trascinando con sé sedimenti, azoto, fosforo, pesticidi e fertilizzanti utilizzati soprattutto nelle coltivazioni di canna da zucchero e negli allevamenti bovini. Tutta questa materia finisce nella laguna della barriera corallina. I sedimenti intorbidiscono l’acqua e riducono la luce necessaria ai coralli e alle praterie marine. I nutrienti alimentano proliferazioni di alghe che alterano gli equilibri biologici dell’ecosistema. In alcune aree aumentano persino le condizioni favorevoli alla diffusione della crown-of-thorns starfish, la stella corona di spine che si nutre di coralli vivi.
Per questo il ReefPlan 2050 lavora sulla terra per cercare di proteggere il mare. Il programma coinvolge governi, agricoltori, industrie, università, ricercatori e Traditional Owners, le popolazioni indigene australiane che custodiscono culturalmente e spiritualmente questi territori da migliaia di anni. L’idea è trattare ogni bacino idrografico come parte integrante della salute della barriera corallina.
I numeri del progetto sono giganti. Dal 2014 al 2030 i governi hanno impegnato quasi 1,8 miliardi di dollari australiani per migliorare la qualità dell’acqua della Great Barrier Reef. Sono circa 1 miliardo di euro. Il fatturato di Illy di un anno, nel mondo. Solo il Queensland Reef Water Quality Program vale quasi 290 milioni di dollari tra il 2021 e il 2026. Una parte dei fondi sono serviti a sostenere gli agricoltori nel passaggio a pratiche meno impattanti: meno fertilizzanti, minore erosione, gestione più sostenibile del suolo e del bestiame. Un’altra parte ha finanziato la ricostruzione delle rive fluviali, il ripristino delle zone umide e il controllo dei sedimenti che scorrono verso il mare.
Dietro il piano esiste anche una gigantesca infrastruttura scientifica. Attraverso il programma Paddock to Reef, gli scienziati monitorano continuamente il percorso dell’acqua dalla terra alla barriera corallina utilizzando sensori fluviali, satelliti, modelli climatici e rilievi subacquei. Vengono misurati nutrienti, sedimenti, qualità dell’acqua e salute degli ecosistemi marini per capire quanto ogni intervento riesca davvero a migliorare la situazione del reef.
I risultati tuttavia hanno mostrato quanto sia difficile salvare un ecosistema di dimensioni così sterminate. Gli ultimi report indicano alcuni miglioramenti, soprattutto nella riduzione dei nutrienti particolati grazie a pratiche agricole più sostenibili, ma sui grandi obiettivi legati ai sedimenti e all’azoto i progressi restano molto limitati. In alcune categorie il miglioramento è inferiore all’1% rispetto ai target fissati dal piano. E questo racconta bene la scala del problema: la Great Barrier Reef è talmente vasta e i processi climatici talmente accelerati che anche investimenti giganteschi sembrano procedere più lentamente della crisi.
La privatizzazione del turismo di lusso: fondi che comprano isole
Ci sono un cielo da film, con un resort da film e con un’acqua da film intorno quella che è stata appena venduta per 700 milioni di euro al fondo Blackstone. Scommetto che qualcuno di voi c’è passato, almeno per un paio di notti. Quando è capitato a me, veramente per caso, non mi sono accorta che quel posto dentro l’azzurro punteggiato di villette al posto di stanze hotel, fosse così esclusivo. Certo i ristoranti pretenziosi e le poche cose commestibili “alla mano” facevano intuire una forte selezione all’ingresso. Ma quando ho postato su Facebook la foto la mia migliore amica delle scuole elementari, Alessandra Tria, mi ha scritto subito ci aveva passato parte del viaggio di nozze. Ex bambine secchione di Villasanta (provincia di Monza) in trasferta, in diversi momenti della vita, ad Hamilton Island, nel cuore delle Whitsundays e della Great Barrier Reef. Quella che oggi è diventata il simbolo della “svendita” del territorio australiano: 1.100 ettari distribuiti su due isole, per il 70% del territorio ancora non sviluppato in pasto agli americani.
Un pezzo dell’immaginario tropicale che cambia proprietà e finisce in uno dei più potenti fondi finanziari del pianeta. Una specie di mini-Australia tropicale privatizzata con aeroporto commerciale con voli diretti da Sydney, Melbourne e Brisbane, marina internazionale, golf club, yacht club con 300 posti barca, cinque resort a cinque stelle e una comunità stabile che vive e lavora sull’isola tutto l’anno. L’hanno definita una delle più importanti acquisizioni hospitality degli ultimi anni nel Pacifico.
I grandi fondi internazionali stanno investendo nel turismo esperienziale di fascia alta, soprattutto in luoghi climaticamente iconici e difficili da replicare. Non cercano più semplicemente alberghi ma intere destinazioni. Hamilton Island permette di controllare contemporaneamente aeroporto, marina, hospitality, retail, eventi, real estate tropicale e accesso diretto alla Great Barrier Reef. Un modello quasi perfetto di “integrated resort destination”, come lo definisce la stessa Blackstone.
Il dibattito australiano si interroga sempre di più sul rapporto tra sfruttamento turistico del reef e investimenti effettivi nella sua rigenerazione. Potrebbe anche accadere così: lo Stato australiano spende per rigenerare asset che vengono sfruttati economicamente da fondi stranieri che portano capitali altrove. Mi sembra di averla già letta, questa storia?
La fecondazione assistita - è anche - per i coralli
Di notte al largo del Queensland, scienziati e rappresentanti delle comunità indigene sono in barca ad aspettare uno degli eventi biologici più spettacolari della Terra: lo spawning dei coralli. Accade solo alcune notti dell’anno: appena dopo la luna piena estiva australiana milioni di coralli rilasciano contemporaneamente uova e spermatozoi nell’acqua. Gli scienziati lo descrivono come “la più grande riproduzione sincronizzata del pianeta”.
I ricercatori raccolgono queste minuscole sfere galleggianti con reti modificate e le trasferiscono in vasche protette. È l’inizio di quello che molti ormai chiamano “coral IVF”, una sorta di fecondazione assistita per i coralli. L’obiettivo è aumentare drasticamente le probabilità di sopravvivenza delle larve del reef in crisi di fertilità.
Secondo gli scienziati, infatti, man mano che la barriera perde coralli a causa delle ondate di calore marine diventa più difficile che gli spermatozoi di una colonia incontrino le uova di un’altra. Le distanze aumentano e la riproduzione naturale si indebolisce. Per questo gli australiani stanno cercando di “aiutare” biologicamente il reef a fare figli.
Il programma si chiama Reef Restoration and Adaptation Program (RRAP) ed è il più grande progetto di restauro corallino mai tentato. Ha ricevuto quasi 300 milioni di dollari australiani tra fondi pubblici e privati e coinvolge centinaia di persone: biologi marini, ingegneri, operatori turistici, università e comunità indigene.
Una parte fondamentale del lavoro avviene nel SeaSim, il National Sea Simulator australiano. Qui gli scienziati hanno creato enormi vasche chiamate “autospawners” che imitano le condizioni naturali della barriera: temperatura, luce, cicli lunari e qualità dell’acqua. Quando i coralli vengono inseriti in queste vasche, si riproducono quasi come farebbero in natura. I sistemi raccolgono automaticamente le cellule riproduttive e le combinano nelle condizioni ottimali per la fecondazione.
Successivamente, milioni di embrioni vengono fatti crescere su piccole strutture ceramiche a forma di stella marina bianca, che saranno poi disperse sul reef. Nel solo ultimo anno, secondo il RRAP, il programma ha prodotto oltre 35 milioni di embrioni di corallo, con l’obiettivo dichiarato è arrivare a rilasciare ogni anno 100 milioni di giovani coralli resistenti al calore.
Vox.com ha fatto un reportage bellissimo su queste “notti magiche” in cui il mare diventa fluorescente di “spawn slicks”, enormi chiazze galleggianti di materiale riproduttivo, sottolineando che la barriera non è ancora morta. Alcune zone sono ancora straordinariamente vive e colorate (non quelle che ho visto io) e i coralli continuano a ricrescere. Il problema è che molte delle specie che tornano più rapidamente sono considerate “weedy corals”, coralli opportunisti che crescono velocemente ma sono molto fragili e quindi scompariranno sotto ondate di calore, cicloni e infestazioni della stella corona di spine.
Gli stessi ricercatori del RRAP ammettono che nessuna tecnologia potrà davvero salvare la barriera senza una drastica riduzione delle emissioni. Il restauro corallino serve soprattutto per guadagnare anni preziosi.
Madre e figlia, e una missione meravigliosa
Ci ha colpiti tutti la scomparsa di Monica Montefalcone - biologa marina specializzata in ecosistemi tropicali, docente di ecologia all’Università di Genova - e di sua figlia, Giorgia Sommacal. Era un’immersione border line alle Maldive. Credo che quest’articolo sia frutto di quanto è loro accaduto perché non ho potuto non immaginare Monica e Giorgia decine di metri sott’acqua, nuotare, felici di condividere una passione così meravigliosa per la ricerca, per la scoperta, per il silenzio e il blu.
E mentre le vedevo volteggiare in armonia nell’acqua sono incorsa in due donne che in Australia hanno appena vissuto un’immersione veramente prodigiosa, con un glorioso lieto fine. E’ la storia di Jan Pope, sub esperta e fotografa subacquea che da oltre 35 anni esplora la Great Barrier Reef, e di sua figlia Sophie Kalkowski-Pope, coordinatrice marina di Citizens of the Reef.
Lo scorso marzo hanno scoperto al largo dell’Australia quella che potrebbe essere la più grande colonia di corallo mai documentata al mondo. Misura circa 111 metri di lunghezza - un campo da calcio - e occupa una superficie di quasi 4 mila metri quadrati. L’hanno identificata come colonia di Pavona clavus, una specie di corallo duro che cresce lentamente nel corso dei secoli. Secondo Citizens of the Reef, si tratta della “più grande colonia di corallo documentata e mappata al mondo”.
Attraverso fotogrammetria, droni subacquei e rilievi scientifici, i ricercatori hanno costruito un modello 3D della colonia e si sono resi conto che è molto più estesa del previsto: 3.970 metri quadrati. Una scoperta importante perché arriva in uno dei momenti più difficili della storia recente dei reef tropicali, oltre che una storia di genitore e figlia a lieto fine. Di questi tempi, ci vuole.
Le Fonti:
Valori economici e grandezza della Great Barrier Reef
Deloitte – The economic, social and icon value of the Great Barrier Reef
Great Barrier Reef Foundation – 56 billion reasons to value the Reef
Great Barrier Reef Marine Park Authority – Fascinating facts about the Reef
Unesco
Bleaching e crisi climatica
AIMS – Coral bleaching events
AIMS – Aerial surveys of the 2024 mass bleaching event
AIMS – Annual Summary Report of Coral Reef Condition 2024/25
Reuters – Australian scientists find coral bleaching in Great Barrier Reef’s far north
The Guardian – Fifth mass coral bleaching event in eight years hits Great Barrier Reef
AP News – Great Barrier Reef records largest annual coral loss in 39 years
Reef 2050 e qualità dell’acqua
Reef 2050 Water Quality Improvement Plan
Australian Government – The Reef 2050 Plan
Review of the Reef 2050 Water Quality Improvement Plan
Queensland Government – Reef Water Quality Program investment plans
Queensland State of Environment – Reef 2050 Water Quality Improvement Plan
Innovazione e cura dei coralli
Baby Corals
Nature
Abc
Vox
Nasa
Hamilton Island
La vendita dell’isola sul Guardian
Il “restauro” dei coralli e la più grande colonia mondiale
Reef Restoration and Adaptation Program
Il pesce Fantasma
Citizen of the reef







